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concordo!
Sono dispiaciuta. Sono così dispiaciuta che il mio dispiacere fa il giro e finisce per non fregarmene una beata minchia.
“siamo una razza orribile! facciamo schifo!”
“già! gli animali sono molto più bravi di noi a cooperare.”
“anche i sassi, se è per questo.”
“beh, non è che i sassi si impegnino molto.”
“nemmeno noi, e LORO sono molto più bravi!”
“già…specie quando ti franano addosso.”
“vedi?”
precarie le nostre vite appese con due dita a lavori precari.
precarie le nostre parole distese ad asciugare tra precari pali della luce.
precarie le nostre visioni intossicate da precari valori instillati.
precarie le nostre anime divorate da teleschermi affamati gonfi di precari modelli offensivi.
- obsolescenze culturali -
precarie le nostre immagini impresse per poco su pellicole irreali custodite in precari pc.
precarie le nostre passioni dominate da costanti mancanze di temposoldi.
precarie le nostre dipendenze ammantate di insormontabili paure.
precarie le nostre illusioni calpestate con costanza da precari maestri di vita.
precarie le nostre paure delimitate da precari futuri.
precarie le nostre rabbie anestetizzate da vuoti sociali espansi.
precarie le nostre coscienze distillate da mortificazioni e offese reiterate.
- obsolescenze esistenziali -
precarie le nostre generazioni costrette a vivere vite non proprie.
precarie le nostre convinzioni diseredate da incoscienze globali.
precarie le nostre poesie dimenticate sul fondo di cassetti svedesi.
precarie le nostre vite appese con due dita ad identità precarie.
precarie le nostre identità.
precarie le nostre due dita.
precarie le nostre cazzo di vite.
precarie.
- la situazione è stabile -
Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima.
Essere stanca, sentire duole, pensare distrugge.
[Fernando Pessoa]
e mi dici di passarti la mattina - che la porti tu - e ci sediamo a bere le birre sul mare.
penso troppo stasera e pensi troppo anche tu, tormentato da un fiume che non ti lascia mai stare.
compro l’olio al tea tree alle bancarelle, che disinfetta e cicatrizza e penso quasi di provare a iniettarmelo nel cuore.
e seguiamolo questo cuore che ci lacera, mi hai detto un giorno, più o meno al centro di uno dei nostri discorsi assurdi, solo che detta così, sembrava facile.
ti dico che ho la febbre perché ho camminato sotto la pioggia, come nel bombarolo di de andrè, e mi sgridi perché non mangio e sono troppo debole. sempre a farci da balia noi due. io che non mangio abbastanza e tu che bevi troppo. e visti da fuori sembriamo sempre così felici.
parliamo di tatuaggi e mi dici che li scegliamo insieme e che, quando vengo a trovarti, mi porti a scrivere un albero e i tuoi racconti.
abbassiamo i sedili della macchina, come a volerci sdraiare sulla notte, mentre fuori l’acqua che cade dal cielo sembra pulire un po’ questo mondo che continua a piacerci sempre meno. e ce lo diciamo che sì, le emozioni, i sentimenti, ma credere nel futuro è un’altra cosa ora, e che, forse, per il momento, restare soli sarebbe la cosa migliore. ne fossimo davvero capaci, però…
mi chiedi se va tutto bene e ti dico di no, però che non ho voglia di parlarne e che, per l’ennesima volta, mi trovo seduta su una trottola gigante, aspettando di capire dove abbia intenzione di fermarsi.
e questa canzone dei tre allegri ragazzi morti che mi hai mandato è proprio bella davvero e riesce a farmi sorridere anche se è triste.
avere il bar rattazzo tra gli amici mi fa ridere parecchio, che ogni volta ricordo quella sera in cui diluviava a bomba e si tessevano amicizie sotto le tende, noi profughi imperterriti di una milano postatomica.
mi dici che, forse, hai trovato il posto giusto per la nostra casa tra i monti - per la nostra casa tra i mondi - e che se vado a l’aquila, quasi quasi, verresti anche tu.